Nata le carte
di Roberto Vidali

(Testo critico per la mostra “Nata le carte”, 2005, Spazio Juliet, Trieste)



L’autore si può definire come appartenente alla corrente narrativo-evocativa dell’astrazione segnica, e con questo ossimoro si vuole dire che la sua opera, sebbene abbia precisi richiami iconografici con la ricerca materico-pittorica degli anni Cinquanta e con i più recenti esiti di Juan Uslé, è in realtà non facilmente schematizzabile. E questo perché il suo approdare a una configurazione evocativa, capace di conservare le suggestioni e la ricchezza di riferimenti di una natura attenuata dal velo dei ricordi, lo colloca, comunque, ben oltre i problemi di un’astrazione di maniera.

La sua pittura si apre a ventaglio, proponendo una gamma amplissima di forme, tessiture, colori, frange, filamenti, stratificazioni, imbottiture, ricami: questo ci permette di ignorarne il numero perché la molteplicità si presenta come varietà e poi perché l’enumerazione infinita di queste sfumature è suggerita fuori campo dall’idea un po’ insolita di verticalità prospettica, dove uno pseudo-suolo si fonde con il fluire di morbide superfici superiori o con l’abisso delle voragini inferiori. La rotondità organica, biologica, di corpuscoli submicroscopici o di porzioni ristrette di paesaggio viene così decisamente scandita da precise linee o segmenti, che riconducono a un’idea ordinata dello spazio, mentre le curvature dei bordi suggeriscono la circolarità del classico binomio spazio/tempo. In queste annotazioni quasi diaristiche e molto intimistiche di Nata, l’immagine del reale si sottrae al rumore della quotidianità, perché a questa egli sembra preferire i borbottii del magma in ebollizione o del fluire delle acque sulfuree. Ciò vale a dire che se si può parlare di impressione retinica, questa va intesa in termini molto vaghi, lontani, evocativi; quasi un vissuto sentimentale che si pone al di fuori del fluire storico del presente.

Natura e cultura, istinto e intervento meditato si mescolano, amalgamandosi nella ricerca di mondi primigeni, come sottoposti al susseguirsi di un respiro o dei battiti del cuore: in questa pittura c’è idealmente il suono ritmico della musica lontana e il calore di frammenti corporei messi a fuoco con l’entusiasmo di colui che non smette mai di cercare il nome giusto da assegnare a ogni cosa, l’aggettivo più pertinente o la sfumatura più indovinata. Ecco, allora, che il filo letterario che può condurre all’intento narrativo di queste immagini è proprio Baudelaire, là dove pone il contrasto tra estetica ed etica, tra carne e spirito, tra vita e morte; contrasto che si risolve nell’impasto delle tinte predilette: il rosa della pelle, l’azzurro del cielo, l’ocra della terra, il bianco della separazione, il nero della notte.


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