Relicta
di Giovanni Testori

(Testo per il catalogo della mostra, Studio D’Arte Cannaviello, Milano, 1985)



Mai ho chiesto a Nata se, nel girovagare tra i monumenti della sua terra, gli sia accaduto di varcar la soglia dell’Abbazia di Sesto al Reghena, dove si conserva, tra l’altro, uno dei capolavori sculturali riferibili ai tempi della tarda dominazione longobarda, cioè a dire il sarcofago di S. Anastasia; e se, una volta entrato, abbia sostato davanti a quell'affresco trecentesco, rappresentante un Crocifisso così particolare da farsi origine del nome che la critica ha voluto poi attribuire al suo anonimo autore: per certo, la maggiore figura fra quante operarono in regione prima dell’arrivo, a Udine, del grande Vitale. In tale affresco, Cristo si mostra, infatti, inchiodato a una croce i cui legni, anziché restare tragicamente nudi, han preso a gettar fuori da sé foglie e frutti, dunque, segni e forme di vita; e a gettarli fuori come per un inatteso rigoglio estivo. La metafora teologica di tale iconografia è troppo evidente per doverla qui sottolineare; del resto, meglio d'ogni nostra parola, può riassumerla il nome che, da tale configurazione, è sceso sulle spalle del frescante; quello di "Maestro del Lignum vitae".

Il lettore non ce ne voglia se abbiamo preso il discorso da così lontano (almeno per quel che riguarda il tempo); e neppure ce ne voglia se siamo ricorsi all'uso del latino. Tanto per assumerci, e subito, ogni responsabilità, gli confideremo, anzi, come sia partita da noi la proposta di titolare “Relicta” le tele e le carte di questo ciclo con cui Nata rompe un duro e silente lavoro d’anni e anni e si presenta, alla ribalta dei fatti dell’arte, con l’autorità di una persona prima; prima e individualissima. Forse non tutti concorderanno su tale titolazione; ma, a parte la sua innegabile forza evocativa e il suo innegabile, medievale rimbombo, non ci sembra giusto che anche queste opere, la cui origine permane certo coscienzialmente segreta e oscura, e lo permane in termini catacombali, forse addirittura cavernicoli, ma la cui capacità di generare da una condizione di morte un brulichio continuo e indicibile di vita, appare come loro segno primo, come loro indimenticabile tensione; ecco, non ci sembrava giusto che anch'esse finissero per cadere dentro quel "senza titolo", oggi così frequentato da indurci a ritenere che esso segnali ben più indifferenza che non una precisa volontà o un preciso disegno di mantenere e, per di così, autenticare, qualche reale mistero. Abbandoniamo per un attimo, il Crocifisso di Sesto al Reghena, per soffermarci su loro, i “Relicta”; quelli che la titolazione così di nomina e che Nata ha ammucchiato, in apparente disordine, sui pavimenti e sui poveri, sbrecciati piani dei suoi “interni” (o no forse, e meglio riumanizzati “inferni”?).
In effetti, la prima domanda che s’è indotti a porre riguarda proprio loro, gli “interni”; o i riumanizzati “inferni”. Dove ci troviamo? Nelle cantine di qualche maniero o di qualche orrida prigione che i secoli hanno smangiato? O, invece, più semplicemente, ma anche più tragicamente, in quelle case che l'atroce avidità del sisma, in un attimo, ha fatto crollare e ha così distrutto?

L’indelebile dolore d’una recente esperienza consiglierebbe d’optare per l’ipotesi seconda. È, comunque, certo che nella fantasia di Nata la desolazione del dopo-terremoto sembra aver brucato, come un’orda di devastanti cavallette, ogni traccia di felicità. Lasciata la storia, e le connesse memorie, dentro le crepe che l’attimo terribile ha aperto nel corpo della terra, l’uomo non conterà più i suoi passi sopra queste cave e queste cantine; né scenderà più le scale, rovinate anch’esse come i tetti, i muri, i plafoni, i pilastri e le pareti, in modo che la sua mano possa aprire le povere porte che sono restate e, finito il lungo, sinistro cigolio dei cardini, i suoi occhi possono ancora guardare e, atterriti, vedere. Ma, ove pur l'uomo s'arrischiasse a tornare e a compiere una simile operazione, giunto al fondo, cosa vedrebbero le sue pupille? É proprio questo rischio che Nata ha voluto prendersi; il rischio di compiere quella pericolosa discesa, d'aprire quelle squinternate porte e, tra rabbia, stupefazione e amore, darsi la forza di sbarrare gli occhi e osservare cosa dopo il disastro (ogni disastro, non solo quello provocato dal sisma) di lei, la vita umana, ma anche della vita animale e vegetale, sia restato in quelle cave e in quelle cantine. Ecco: sul morire del cigolio, il silenzio, negli "interni" s'è fatto, lentamente, enorme e totale. Nata guarda. Forse, più che guardare, fissa. Secoli sembrano passati; come se questa sua esperienza intendesse assumere su di sè tutte le sventure, tutte le pesti, le carestie, le guerre e gli assedi che, lungo il giro dei tempi, hanno colpito la terra, le città e i paesi dell'uomo. Quelli che, obbedendo alla legge demente e insieme lucida del caso, risultano accatastati, non sono residuati riconoscibili e, dunque, nominabili. Sono residuati che, nella pace in cui qualcuno, uomo e bestia, subito dopo l'evento ferale, gli ha lasciati hanno tentato lente e oscure manovre d'accostamento. Manovre per noi, certo, inesplicabili, ma che una forza, più resistente di ogni fuga e ogni abbandono, ha via via moltiplicato. Nata principia così con l'insinuarci il sospetto che anche gli oggetti della nostra povera storia e della nostra povera vita, le ceste, le corazze, le pale, le zappe, le ruote, i canestri, i fiaschi, i calici, le pentole, i piatti, le zanche, le roncole, i martelli, le tenaglie e i chiodi, se lasciati liberi e non schiavizzati dal nostro dominio, mostrano di possedere, dentro le loro fibre, un potere motorio; forse, di possedere, addirittura, un loro bisogno, anzi, una loro muta e cieca ansia copulatoria. Esisterebbe, dunque, un eros che ha indotto questi relitti, prima a cercarsi poi ad avvicinarsi e toccarsi, quindi a fondersi e abbracciarsi? Ma, compiendo tali gesti, quale natura essi avrebbero rivelato a se stessi? Visti gli esiti che Nata, sostando, stupito, ma imperterrito, dentro i suoi "interni", ci mostra, verrebbe da scrivere: una natura incestuosamente mista; nella quale le mani dell'uomo che avevano costruito quegli oggetti s’uniscono ai tentacoli dei vegetali che s’usava porvi dentro e alle zampe delle bestie, che senza un percepibile senso, contro di loro percuotevano gli zoccoli, quasi fossero batacchi di altrettante campane. Resta, comunque certo che, nella solitudine e nel silenzio di queste cantine e di queste cave, è accaduto qualcosa che ha attinenza con la vita; anzi, con l’ineliminabile forza naturale che l’essere soffiò nell’infinitezza del nulla. Piano, piano, ciò che ci sembrava semplice cosa o semplice oggetto, non solo s'è accostato e s'è abbracciato ad altre cose ed oggetti che si trovano lì, accanto, ma, in quella manovra e in un quella copula s'è assembrato a taluna delle altre cose e degli altri oggetti, venendo a determinare, più che ulteriore cosa o un ulteriore oggetto, per di così, compositi, una nuova entità; che, per straziata malinconia di quando cose e oggetti appartenevano all’uomo e toccavano, pel suo tramite, il regno animale e il regno vegetale, sembrano riuscire a recuperare, o a reinventare in sé proprio l’umano, proprio l’animale, proprio il vegetale. Non si tratta, almeno, a noi così pare, di metamorfosi; quanto, è più sorprendentemente, di nuove e, per dir tutto, alternative “formazioni”. Ma, alternative a che? Alla fuga dei viventi; e, in genere, alla dimenticanza e all’abbandono. Così, senza poter più intervenire, assistiamo a una riprova, silenziosa e lancinante, di come la pulsione a vivere sia, nel cosmo, ineliminabile. Sotto i nostri occhi sorpresi, ma d’una sorpresa sommamente avvincente ed attiva, assistiamo alla trasformazione di cose ed oggetti in esseri nuovi; dentro i quali ci sembra di ritrovare forme e segni d’esseri umani, animali e vegetali a noi già noti ma che, in questi nuovi contesti, anzi, in questi nuovi “testi”, assumono valori ed aspetti che superano i nostri stessi ricordi; forse, anzi, li umiliano e li schiacciano con la forza misteriosa della loro nuova anfibola verità. Una verità cavernicola e catacombale che invano cerchiamo di afferrare; poiché, quando crediamo di aver visto ciò che sta accadendo su d'un lato del dipinto, ecco la sorpresa di ciò che sta accadendo sul lato opposto. Del resto, se pur tentassimo di darci, davanti a questi “Relicta”, la distanza necessaria a dominarli, è il fremido funghire che prende ad agitare tutto, è il suo verzicare da sè sconosciute pelurie, sconosciute gemme, sconosciuti flabelli, sconosciute ali e, persino, sconosciute pupille, a suscitare in noi il dubbio (o non sarà piuttosto, una non voluta e, comunque, non verificabile certezza?) Che tutto e sempre si muove; anzi, che tutto e sempre vive; o rivive; e si muove, vive o rivive in dimensioni che la nostra vile protervia e pochezza neppure usavano, non si dice supporre, ma ammettere. A questo punto, riesce quasi inutile cercar di definire quanto di certe azioni del surrealismo agisca, in modi però conturbamente nuovi, nel ciclo dei "Relicta" natiani. Né vale più di tanto (seppure sia, già da sé, molto) definire Nata come un Sutherland della notte; o del dopo-sisma, o del dopo-rovina.

Più ci pare portante segnalare la sorprendente prova dell'invincibilità di ciò che è la pulsione della e alla vita, che questi "Relicta" contengono e alla quale ci inducono, e quasi ci costringono a partecipare; per darci la conferma d’una speranza ancestrale, della quale la storia, con le sue sociali menzogne, vorrebbe, invece, privarci.

È, del resto, proprio a questo punto che il nostro discorso, chiudendosi, s’allaccia al suo inizio; a quel "Maestro del Lignum Vitae” dell’Abbazia di Sesto al Reghena; e non per dedurre, forzosamente, una qualunque vicinanza teologica, ma per cavare, dentro la diversità quasi invalicabile dei tempi, l’arco di una lezione, appunto, di vita, che dai legni della croce è passata agli oggetti e alle cose della nostra fuga, della nostra viltà, della nostra rovina e della nostra dimenticanza.

base