Antologica (1985 – 1995)
di Marina De Stasio

(Testo critico per la mostra “Antologica (1985 – 1995)”, Galleria San Fedele, Milano, 1995)



Nata è un artista complesso in continua evoluzione e alla ricerca di strade sempre nuove nel tentativo di esprimersi con pienezza e sincerità, di essere fedele a se stesso, e quindi a quei cambiamenti che avvengono continuamente nell’anima di ogni uomo. Nell’ultima fase del suo lavoro, caratterizzata come sempre da continuità e innovazione si possono individuare due matrici: da un lato la suggestione della ceramica attica a figure nere, dall’altro il surrealismo spontaneo e libero di Miró. Sul fondo ocra e rossiccio, le figure nere spesse si stendono come le piante che crescono e si ramificano nello spazio. Forme che affiorano dall’inconscio, espressione di una forza germinale che si esprime liberamente, senza schemi obbligati, a volte suggeriscono animali o oggetti, figure della realtà o dell’immaginazione, a volte sembrano puri arabeschi. Non c’è prospettiva, la figura nera piatta disegna un’immagine vitale, dinamica, ma non più giocosa come in Miró o felicemente decorativa come l’ultimo Matisse, perché c’è in lei sempre una componente di drammaticità. Si può dire che sia un'espressione dell'inconscio come è visto oggi da alcuni psicoanalisti: non più groviglio oscuro e allarmante, ma forza creativa che può salvarci dalle distorsioni e dalle assurdità della vita cosciente.

Nata è uno dei pochissimi artisti che hanno il coraggio di continuare a rinnovarsi, di non fermarsi mai: dato che la pittura per lui è esigenza vitale e non solo mestiere, ogni esperienza artistica gli apre nuove strade, indica altri percorsi. Nel corso di una carriera ormai ventennale, la sua pittura è passata attraverso varie fasi: dalla evocazione di oggetti misteriosi, pulsanti di una vita sotterranea, all'affiorare di immagini del profondo, visioni luminose emergenti dal nero della tela, fino ad arrivare gradualmente alla fase attuale: forme fluide, simili ad arabeschi, in cui la suggestione dei vasi attici di figure nere si fonde con la germinazione delle forme tipica del surrealismo di Miró.
Incontrando in questa mostra una breve antologia dei vari periodi del suo lavoro, insieme a una scelta abbastanza ampia di opere recenti, si ha l'occasione per comprendere che cosa rende l'opera di Nata coerente e unitaria al di là della sua capacità di evolversi e tentare sempre nuove avventure. C'è anzitutto quel quid inafferrabile che è lo stile, l'impronta di una personalità artistica robusta, ma ci sono anche caratteristiche più definite dal fatto che l'immagine pare sempre nascere da sola: non è progettata, nasce come per un processo naturale, sgorgando dal profondo come una sorgente. Inoltre, è sempre un'immagine enigmatica, ambigua: che sia solo un astratto arabesco o che ricordi oggetti precisi, un animale o un paesaggio, non è mai descrizione, è sempre suggestione.

Forse ci si può azzardare a dire che la sfida di questa pittura è quella di testimoniare la forza creatrice della natura e dello spirito umano, sentita come capacità rievocare fantasmi, di produrre mostri o meraviglie; l’insieme delle sue immagini forma un mondo della pittura che in qualche modo rappresenta la condizione dell'uomo e dell'universo, sospesi tra luce e tenebra, in quel mirabile e terribile processo di trasformazione che è la vita.

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