Una felice leggerezza
di Giancarlo Pauletto

(Testo critico per la mostra "Quidditas", 2007, Galleria Sagittaria, Pordenone)



La varietà di impatti visivi, cui questa mostra di Nata sottopone lo spettatore, non può essere semplicemente messa in conto alla libera vitalità della ricerca del pittore, come se non fosse essa stessa un elemento su cui riflettere, il dato incontrovertibile di una necessità cui egli è pervenuto attraverso delle motivazioni, attraverso cioè un percorso, anche se non è necessario che questo percorso sia completamente chiaro e scelto nella consapevolezza.
E’ difficile infatti che questo avvenga, perché è difficile che, nella concretezza dello svolgersi della vita e del lavoro quotidiano, un artista possa pervenire ad una così chiara trasparenza a se stesso, che gli permetta di motivare passo passo tutto ciò che fa.
Succede anzi, e spesso, il contrario: che cioè la necessità, l’impulso che costringe a determinate scelte possa venir spiegato solo più tardi rispetto al momento in cui esso s’innesta nel lavoro, e ciò perché il suggerimento, l’idea, la concatenazione visiva che fa partire le opere appartiene ad una complessità psichica che si può dipanare solo nella lenta e meditata messa a punto che interviene più tardi, quando tutta una serie di dati è messa a disposizione di chi guarda e controlla, sia esso l’artista medesimo, sia – e forse per costui con minor difficoltà, dato il distacco con cui può operare – un lettore che si impegni con attenzione nel lavoro di decifrazione.
Varietà di impatti visivi, si diceva.
Si va infatti da immagini dentro le quali si può leggere una memoria della pittura segnica attorno al ’60, con qualche sia pur larvato rimando a una partenza naturalistica, ad altre opere in cui il suggerimento tachista per un verso, o più generalmente informale dall’altro sembra costituire il sempre fascinoso - per un pittore che ha la storia di Nata - punto di partenza; vi sono poi, più recenti, le “Dicotomie” e le “Hybris”, opere costruite mediante l’assemblaggio di pezzi di stoffa preziosamente decorativi con pezzi di pittura che ora sembrano contraddire la progettata perfezione del tessuto, mediante l’accostamento di tracce nere piene di precaria temporalità , ora invece sembrano mettersi in concorrenza con esso, andando a costituire, a lato, una sorta di parallelo pittorico di quella perfezione, ma più mosso, più vibrante, quasi un’affermazione di superiorità della pittura come gesto mai bloccato da una meccanicità quanto si voglia raffinata.
Le “Dicotomie” precedono la serie recentissima intitolata “Quidditas”, in cui si riduce di molto lo spazio lasciato al tessuto, che diventa qui semplice rimando d’ordine geometrizzante, e la pittura che sopravviene e domina ha l’aria di uno sviluppo di tema suggerito dalla fascia di tela, come una melodia molto semplice può diventare la fonte di una serie più o meno complessa di variazioni.
“Quidditas”, dunque, non in senso generico, non perché queste opere sono pur una “qualche cosa”, ma in senso proprio, se il termine è riferito - come appunto nel linguaggio della filosofia medioevale da cui è tratto – all’essenza, in questo caso alla dichiarata essenza di una pittura che è puramente se stessa, che non vuol caricarsi di sensi altri rispetto a quelli che nascono all’interno del gioco dei suoi elementi costitutivi. La pittura come metafora in sé, non in virtù dei contenuti che possano riempirla.
E’ chiaro che ci potrà essere, rispetto alle varie serie di opere che Nata denomina diversamente, maggiore o minor consentimento da parte di chi guarda, a seconda del livello d’emozione nel quale ognuno si sentirà toccato.
Per quanto mi riguarda, è soprattutto tra la serie delle “Dicotomie” che trovo i risultati di maggior fascino, e se cerco di spiegarmene le ragioni al di là del puro, immediato consentimento visivo – che, naturalmente, è dato essenziale – credo di dover mettere in evidenza il felice equilibrio rilevabile tra elemento decorativo ed elemento espressivo, il primo identificato nella parte costituita dalla stoffa, il secondo nei brani di pittura che finiscono per coinvolgere il tessuto medesimo in una “forma” definitiva che supera il livello, pur di per sé ragguardevole, del gusto.
Ma ci sono naturalmente, nella mostra, altri “pezzi” che coinvolgono a fondo e, - sempre per quanto mi riguarda – mi riferisco a certe liberissime invenzioni cromatiche che sembrano quasi oggettivarsi da se medesime sul supporto, tanto è sicura e senza rimpianti la mano che le ha travolte sulla carta o sulla tela: opere in cui meglio si riconosce l’origine direttamente “informel”, e che dell’ “informel” salvaguardano soprattutto una felice, lirica temporalità...
E tuttavia non sarà un caso che Nata lavori per cicli, che tenda dunque a considerare i singoli pezzi – così rapidamente realizzati – come parti, come elementi da vedere assieme a tutta una serie di altri lavori contigui nel tempo.
E’ situazione che, del resto, abbiamo visto realizzata in mostre recenti, dove chiaramente si leggeva la possibilità, se non la necessità, di considerare queste opere come continue varianti di un tema, o più che di un tema, di un atteggiamento di fondo, intervenuto nell’artista tra il 1990 e il 1991.
Si esauriva infatti in quel lasso di tempo la straordinaria spinta “poietica”che aveva generato i ben noti “Relicta” – oggetti, cose, “enti” abbandonati in spazi anonimi a rappresentare, con una forza tra espressionista e simbolica, una dimensione esistenziale di degrado e di pena – e, successivamente, le grandi tele “nere” – queste invece troppo poco conosciute rispetto alla loro importanza - in cui la già precaria vitalità di quegli “oggetti” si esauriva come in un ultimo, fantasmagorico e funebre gioco di luminosità fosforescenti e drammatiche.
Su quella strada non c’era più nulla da esplorare, e dunque la ripartenza di Nata avviene in uno spazio, culturale e pittorico, sgombrato da posizioni definite, da spazi e cose che in qualche modo ricollegassero il suo lavoro ad una specifica tradizione della pittura europea: si riparte dall’alfabeto della pittura, linee, punti, spazi, movimenti, macchie, colori, tutto viene ridato nel fluttuante, entusiasmante vuoto della possibilità, ogni spunto può dare il via ad una ricerca, ogni ipotesi di lavoro può essere testata attraverso i suoi risultati.
I quali risultati, naturalmente, da una cosa non potranno prescindere, da una sapienza compositiva e per così dire “fabbrile” che è stata acquisita negli anni di lavoro, e che guida dunque la nuova libertà inventiva in tutte le sue manifestazioni.
Si parlava, appunto, di varietà di impatti visivi.
E’ tuttavia una varietà che rimane ancorata ad una caratteristica comune, sempre presente nelle varie serie e direzioni di ricerca, ed è la caratteristica della leggerezza, dell’ariosità: è pur vero che anche in questi lavori recenti non sono assenti spunti espressionistici che declinano talvolta in direzione se non drammatica, almeno problematica, ma il piacere del gioco, della danza inventiva, della ricca decorazione ci sembra prevalere su ogni altro intento: è una pittura che è felice di se stessa, e può esserlo, perché la densità della sua storia e l’acquisita sapienza dei suoi strumenti la garantiscono nella sua forza d’attrazione.

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