Coincidenze
di Dino Marangon

(Testo critico per la mostra “Coincidenze”, Galleria Del Cavallino, Venezia, 1998)



Nelle sue opere più recenti, Nata mostra di aver superato ogni ‘metafisica dell’originario’ in base alla quale gli enti, pur innervati di un’energica e pervasiva energia metamorfica, finivano con l’apparire come sottoposti a insondabili processi di privazione e scadimento, di perdita e impoverimento, fino a configurarsi come resti, scorie, residui di misteriosi epocali naufragi: “Relicta” appunto, secondo la nobile titolazione di Giovanni Testori.
Pur senza ricorrere ad esteriori apporti filosofici, al di fuori di ogni logocentrismo, la sua attuale pittura sembra proporsi di dare immagine alla incommensurabile irriducibilità dell’essere rispetto all’illimitata profusione degli enti e alla loro stessa somma.

Depurato l’orizzonte della ricerca dall’aspirazione, magari per antifrasi, ad un’immagine pura e primigenia che consentisse di cogliere l’assoluto in una sua invocata pienezza, Nata sembra infatti aver fatto propria l’intuizione che se l’essere è costitutivamente una ‘differenza’, non potrà manifestarsi come distinta e compiuta presenza, ma riuscirà a mostrarsi solo in sfuggenti tracce, segni di un'inattingibile totalità.
La pittura verrà allora proponendosi come uno degli infiniti possibili luoghi di una conoscenza che proprio nella continuità dei tentativi, nell’incessante ‘ripetizione’, non solo sembrerà ribadire l’inconsistenza di ogni supposta originarietà, ma verrà altresì aprendosi alle istanze affermative del desiderio, inteso non come spinta alla riproduzione di rapporti essenzialmente perduti, bensì quale potenzialità in atto, inestirpabile autonomia continuamente risorgente sia rispetto a ogni ‘cultura’ consolidata che, persino, nei confronti dei confini insiti in ogni posizione soggettiva.
Anche ogni seppur lontano riferimento al Surrealismo, ai suoi automatismi pare allora risultare per molti aspetti riduttivo.
Semmai Nata sembra più in generale impegnato in un'inarrestabile ricerca del limite, di una specie di regione di frontiera in cui tutto è sconosciuto e ambivalente, di una situazione nella quale ogni cosa non esiste se in quanto frutto di una precaria eppur pungente scoperta che può forse consentire di esplorare la possibilità almeno momentanea di ritrovarsi.

E’ comunque nelle articolate modalità, negli immediati e insieme complessi procedimenti della pittura che Nata va ricercando le sue occasioni: nel fondersi e nel sedimentarsi dei pigmenti, nell’addensarsi e nel diradarsi delle stesure, nell’affiorare agile o imponente delle emergenze segniche.
Talvolta lo stratificarsi dei tentativi non sembra portare a nulla, allora il pittore pare quasi azzerare la situazione, ‘rivangare’ il proprio ‘campo’, ricoprendo uniformemente la superficie. Ma la monotonia e l’appiattimento sono solo apparenti: appaiono infatti impercettibili modulazioni, segrete presenze che comunque arricchiscono lo spazio di nuovi stimoli, di spunti in grado di rimettere in moto il processo creativo, mentre il fluttuare per lo più sommesso del colore - solo raramente percorso da inaspettate accensioni – va popolandosi di indecifrabili forme, sovente sottolineate dalla perentorietà del nero.
Ogni tranquilla, perdurante identificazione rimane tuttavia, in ogni caso, esclusa: si tratta di elementi vegetali o animali o di quale altro regno della natura? … di fantasie? … sogni? … di intime, segrete pulsioni immediatamente riversate sullo spazio del dipinto o dei frutti, stilisticamente distillati, di una raffinata sintesi decorativa?
Tali interrogativi sembrano però toccare solo molto parzialmente il groviglio di significati affioranti nelle sue opere.

Ciò che in realtà sembra interessare a Nata è infatti la possibilità di ‘coltivare’ l’apparire, facendo sorgere sempre nuovi mondi e mantenendo aperta l’eventualità di inattesi accadimenti, in una continua sfida: nel rischio di fermarsi prima di aver raggiunto un sufficiente grado di pregnanza e qualità, oppure di superare quel momento, verso la confusione e la banalità.
Ciò che conta, il vero fine, non è allora produrre identità o stabili riferimenti, bensì suscitare possibili ‘coincidenze’, sia da un punto di vista soggettivo – nell’attimale corrispondenza tra le intenzioni e le aspettative dello stesso pittore – sia in un più vasto orizzonte comunicativo, nelle molteplici possibilità di riconoscimento offerte, per qualche istante, agli eventuali fruitori messi di fronte come a una sorta di diffusa, ma insieme nitida ed efficace espressività, tutta percorsa e sostenuta da un segreto pullulare di nessi e relazioni sconosciute, in un continuo balenare e dileguarsi di possibili ‘evidenti’ significati.

In altri termini, con la sua pittura, Nata sembra forse invitarci a non cercare illusorie certezze, poco plausibili stabilità, moralistiche divisioni, per aprirsi all’innocenza dionisiaca del mondo, all’imprevedibile prodursi degli eventi, all’incantato entusiasmo dell’incontro.
D’altronde di che altro, se non di effimere, eppure così irrinunciabili coincidenze è fatta la nostra intera esistenza?

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