Ricreazioni
di Dino Marangon

(Testo critico per la mostra "Nata - Ricreazioni", 2009, Galleria d'Arte Contemporanea Ai Molini, Portogruaro)

Gli esordi di Nata sono stati dirompenti, evidenziando fin da subito, come avrà modo di affermare Giovanni Testori, una rilevante capacità di “… darsi la forza di sbarrare gli occhi e osservare cosa, dopo il disastro (ogni disastro, non solo quello provocato dal sisma)”, che aveva martoriato la sua terra nel 1976, potesse permanere “… della vita umana, ma anche della vita animale e vegetale” (1), e più in generale dell’aspetto e della consistenza dei diversi enti e delle cose.
Veniva così, silenziosamente emergendo una ineliminabile pulsione al vivere, capace di trasformare “… cose ed oggetti in esseri nuovi, dentro i quali sembra di ritrovare forme e segni di esseri umani, animali o vegetali a noi già noti, che”, tuttavia, “in questi nuovi contesti … assumono valori e aspetti che superano i nostri stessi ricordi”, (2) attraendosi in un coinvolgimento quasi fisico, di matrice misteriosamente organica, quasi alla ricerca di una sorta ambiente amniotico, seppur ricco di pungenti durezze e angolazioni, nel quale, in un continuo susseguirsi di piani scomposti e frammentati, situare le radici stesse dell’esistere.
Ben presto però Nata mostrerà di aver superato ogni metafisica dell’originario, in base alla quale gli enti, pur innervati da una energica e pervasiva energia metamorfica, finivano con l’apparire come sottoposti a insondabili processi di privazione e di scadimento, di perdita e di impoverimento, fino a configurarsi come residui di indecifrabili, epocali naufragi: Relicta, appunto, secondo la nobile titolazione di Testori.
Quasi reagendo a una simile temperie Nata verrà quindi dipingendo misteriose, evocative entità “… pulsanti di una vita sotterranea”, enucleando affioranti “… immagini del profondo, visioni luminose”, come le definirà Marina De Stasio, “emergenti dal nero della tela” (3), per poi, con un significativo rovesciamento, elaborare su fondi più chiari e luminosi, più perspicue e sintetiche composizioni nelle quali, molteplici “forme fluide”, rapidamente delineate, “simili ad arabeschi”, andavano variamente popolando le superfici, fondendo la “… suggestione dei vasi attici di figure nere, con la germinazione delle forme tipica del surrealismo di Mirò.” (4)
Ma anche tale dicotomia, pur mobile e dinamica, tra figure e sfondo, gli sembrerà ben presto un confine da superare.
Nata verrà così impegnandosi in una continua esplorazione, in una specie di territorio di frontiera in cui tutti i significati sembrano fluidi, indeterminati e ambivalenti, in cui le cose non esistono se non quali frutti di una precaria eppur pungente scoperta in grado di cogliere misteriosi appuntamenti, inattese coincidenze, attraverso le quali individuare momentanei sensi, sfuggenti risonanze, imprevedibili valori.
Coltivando l’inarrestabile ricchezza dell’apparire attraverso una sensibile espressività, sorretta da un continuo insorgere di sempre nuovi rapporti, di sorprendenti, sconfinanti e talora meravigliose relazioni Nata eviterà altresì di cadere nell’ulteriore “… trappola metafisica di una produzione formale estraniata rispetto alla quotidianità del visibile …”. (5)
Nelle sue opere più recenti egli si mostra infatti capace di avvicinarsi alla complessa vastità del reale, senza rimaner prigioniero di categorie e distinzioni tali da separare l’universo della pittura dai materiali, dalle cose, dalle immagini dei più diversi aspetti dell’esistere.
Ecco allora Nata uscir fuori dai tradizionali strumenti e confini della pittura e raccogliere cose, oggetti, campionature di stoffe, immagini dalla più diversa origine, supporti inusuali, e immetterli nell’opera, non con lo spirito analitico del classificatore, bensì con una libera e inventiva capacità, quasi da prestigiatore, di trovare degli echi, dei legami segreti da far emergere e da evidenziare senza tuttavia nemmeno porre troppo l’accento sulla onnipotenza spirituale, tale da conferire un sublimante, indiscutibile plusvalore estetico a qualsiasi reperto oggettuale, come, ad esempio avveniva con le appropriazioni neoduchampiane dei Nouveaux Réalistes transalpini.
I criteri di raccolta sono infatti, in primo luogo visivi, costituiti in modo da consentire nei pur sovente rapidi e significativamente lievi processi di elaborazione in cui vengono coinvolti i diversi elementi, esiti che non si configurano come meri, casuali assemblaggi.
Le varie componenti vengono infatti immesse in situazioni tali da sottolinearne taluni aspetti, facendo emergere o nascondere alcuni significati, creando nuovi itinerari della sensibilità e dell’immaginazione.
È ancora una volta l’aperto orizzonte del dipingere ad attrarre alcune parti della realtà fattuale per inserirle, con fulminea intuizione nella rete delle sue dialettiche, delle sue evoluzioni, delle sue trasformazioni, con le sue leggi, le sue reminiscenze, le sue aperture al futuro, mostrando così di poter ancora in qualche modo influire nei multiformi ambiti della concretezza, nell’accidentato fluire dell’esistenza in cui siamo immersi.
In questa nuova orditura, tutto si lega a tutto, in modo nuovo, ma è proprio l’apparente labilità, l’impercettibile consistenza, la leggerezza, il mistero di questi inediti legami, a rendere libero, apparentemente decorativo, gioioso il costituirsi dell’immagine: quello della pittura diventa così un mondo che pare ancora una volta aprirsi all’infinito del possibile.
E tuttavia, anche se queste immagini non sembrano rientrare in nessuna delle abituali categorie nelle quali siamo soliti compartimentale ed etichettare il visibile: non nell’onirico-surreale, non nell’idealità geometrico concretista, non nella formatività di matrice organica o materica, semmai alludendo, qua e là, spesso contemporaneamente a questi e ad altri universi di significato, al di là di ogni ingannevole interscambiabilità, alcune particolari caratteristiche vanno comunque delineandosi ed emergendo con sempre maggior chiarezza.
In primo luogo è sempre la componente cromatica ad avere il predominio: le stoffe, le foto, i reperti più vari, via via immessi nell’opera tramite accostamenti e ritmi sovente particolarmente raffinati, stratificati, continuamente variati, sono infatti usati mettendo in secondo piano e quasi annullando i riferimenti alle cose e alle immagini rappresentate e tuttavia, giustapponendosi ai puri colori, tali residue oggettualità vanno acquistando particolari risonanze, consentendo altresì all’opera di mantenere più tangibili contatti con la dimensione mondana.
In ogni caso Nata viene così elaborando una raffinata, personalissima gamma di cromie, intessute di ricercati toni di malva, di verdi teneri e squillanti, di ranciati, di delicatissimi grigi, di cerulei azzurri, di elettrici blu, variamente modulati.
La particolare agilità e scioltezza del ductus, facendo vibrare i colori va altresì liberandoli da ogni statico geometrismo, sciogliendoli da ogni compatta rigidezza, attraverso il loro umanissimo svolgersi e venire alla luce, contribuendo così ad elevare le qualità comunicative dell’opera che, nell’eterogeneità delle sue componenti tende ad oltrepassare la dimensione compiutamente illusionistica del quadro, per attingere, tramite i propri contorni mistilinei e l’esclusione di ogni delimitante cornice, a una più libera e aperta relazione con la parete e l’ambiente circostante.
“Superando la misura convenzionale del supporto …”, è stato osservato nei riguardi di alcuni tra i più interessanti risultati delle più recenti ricerche pittoriche, si perviene a una visione sospesa “… tra il progetto e la trasgressione, tra la definizione del campo percettivo e il suo superamento.” (6)
Nei più riusciti lavori di Nata, i differenti elementi vanno infatti componendosi in equilibri raffinatissimi, in un continuo gioco tra libero apparire delle forme e dei colori e il loro ancorarsi ai differenti apporti oggettuali, in un continuo ricrearsi favorito e rafforzato da una visione insistentemente perpendicolare, tale da conferire, eliminando ogni ombra portata e ogni profonda oscurità, una lucida evidenza alle singole parti e alle limpide relazioni che si vanno instaurando tra di loro.
Lo spazio non si propone allora come approfondimento proiettivo, bensì come luogo dove le più diverse galassie oggettuali si incontrano, come attratte da ineffabili magnetismi.
Recentemente Nata è venuto elaborando diversi cicli di lavori proprio in rapporto ai differenti materiali impiegati.
I complessi reticoli, le linee e le bande colorate, le più diverse fantasie floreali, i più semplici o elaborati motivi di stoffe, di preziosi tessuti, di drappi e panni variamente decorati, operati o damascati, sono venuti combinandosi con carte precedentemente colorate e decorate dallo stesso pittore, dando vita a vivacissimi collages sui quali intervenire con ulteriori apporti pittorici.
Particolarmente colpito dalla bellezza delle foto aeree dei terreni variamente coltivati, dei filari di viti, dei campi arati e preparati per la semina, delle piante accuratamente allineate, delle fasce di verzura che più o meno ampie si susseguono ritmicamente, delle calde accensioni cromatiche delle immagini autunnali, delle fioriture multicolori, ma incluse nelle regolarità richieste dai più avanzati metodi di coltivazione, Nata verrà altresì giustapponendo a queste abili e ricercate registrazioni del reale i multiformi frutti dei propri interventi immaginativi, quasi proponendo più liberi interventi nuove e più fantasiose forme e dislocazioni.
Nelle tele il discorso sembra invece farsi più sintetico coinvolgendo elementi insieme più decantati e vigorosi.
Ampie striature, tasselli, volute e punti di colore si affacciano tranquillamente, ma non senza sicura perentorietà sulla superficie.
Un segno energetico, liberamente esplicantesi in curve, in subitanei slanci, in improvvisi avvolgimenti sembra come legare assieme i più diversi lacerti della realtà e della visione, denotando, allo stesso tempo, la volontà di avvalersi di sempre nuovi mezzi e apporti comunicativi, senza per questo rinunciare alle qualità e alle caratteristiche dell’universo della pittura.
Anzi, nella impercettibile trasparenza delle velature e soprattutto nella sottile modulazione chiaroscurale (quasi l’enuclearsi di una inattesa ombra propria) assunta talora dai tocchi, dalle stesure, dai segni, la pittura sembra come accennare, pur al di fuori di ogni riferimento o scorcio prospettico, a un possibile allargamento della superficie, rivendicando così la possibilità di una propria, autonoma spazialità e riaffermando nel contempo la propria irrinunciabile aspirazione a ricreare il reale in forme e sensazioni di una sempre rinnovata e giocosa, seppur umanamente contenuta, libertà e bellezza.
Dino Marangon

Note
Da G. TESTORI, Natà, introduzione al catalogo della personale presso la Studio d’Arte Cannaviello, Milano novembre – dicembre 1985, p. 4.
Ivi p. 5.
Da M. De STASIO, Natà, nel catalogo della rassegna, Ricognizione giovani, presso il Centro Culturale Rondò Ottanta, Sesto san Giovanni, 1990
Da M. De STASIO, Natà. Figure nere, presentazione al catalogo della personale presso la Galleria San Fedele, Milano 1995.
Da A. BONITO OLIVA, Per surgelare un tempo migliore, prefazione a G. BONOMI, La disseminazione, Soveria Mannelli (Catanzaro) 2009, p. 9
Da C. CERRITELLI, Pittura aniconica, Milano 2008, p. 34.

 

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