Nata
di Gregorio Magnani

(Articolo per la rivista “Juliet”, 1985)



L’opera pittorica di Nata si costituisce come metafora dell’atto rappresentativo. Nei grandi quadri l’artista usa come supporto un tessuto molle e spugnoso, capace di assorbire ed unificare le pennellate di colore poco denso. Lavorando così dall’interno della tela Nata costruisce un’architettura di grandi gradoni prospettici orientati secondo contradditori punti di fuga. Le volumetrie prendono possesso della tela trasformandola in un palcoscenico su cui si raccolgono i frammenti di un universo al limite del significato.

La nuova densità del colore e la rapidità delle pennellate mantengono le forme al limite dello spazio teatrale. Immagini sacre, frammenti biomorfici, metafore sessuali, si alternano, variabili mutazioni del divenire delle cose, su di uno stesso palcoscenico. Quello che rimane, garante di solidità ambigua, è lo spazio della rappresentazione, l'instabile architettura nella tela, e l'urgenza di rappresentare.

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