Relicta
di Fabio Belloni

(Testo critico per la mostra "Relicta 85-86", 2010,Galleria d'Arte Moderna, Udine)

1. Il punto di vista è sempre ravvicinato, frontale o di scorcio. Si agglomerano in un corpo inquietante altrimenti vanno disponendosi in modo centrifugo. È una panoplia di forme in equilibrio precario e dai toni caliginosi. Si chiama Relicta il ciclo di opere realizzato da Nata attorno al 1985: lo domina il gusto per l’iperbole. Ma c’è da rimanere frustrati a indagare con precisione gli elementi che compongono questi trofei macabri: allergici a ogni classificazione, sono destinati a rimanere inafferrabili. Lacerti di metallo, piante ossificate, mucose, forme occhiute, rostri di colonne, carcasse animali, triglifi, misture minerali, efflorescenze, larve. Bandita ogni presenza umana se ne possono esporre solo i surrogati. Ritratte nella loro affrettata macerazione, comunque, simili nature morte postmoderne vengono riscattate da qualcosa di epico. Non sarà un caso che dinnanzi alle tele di formato maggiore lo spettatore si senta sopraffatto. Gli si riversa addosso una mole di immagini concatenate e ambigue: reggerne la gravità non è un’impresa scontata. Eppure, a guardarla da vicino, la pittura dei Relicta spicca per essenzialità: a dispetto dell’agitarsi del pennello è una materia magra, senza corpo, fatta di niente.

2. Sono diverse le chiavi con cui si può provare ad accedere a tali lavori. Si potrebbe, per iniziare, considerarli parenti neppure troppo lontani del surrealismo, e non solo perché spesso l’artista attinge alle risorse dell’automatismo. Queste scene da Grand Guignol farebbero la gioia di ogni psicanalista: sono la fotografia di uno stato d’allarme; emanano un senso di disagio; dichiarano visioni e paure. Cosa indicano quegli spazi congestionati, quelle luci da catacomba se non trascrizioni di incubi?
Giovanni Testori, che peraltro è stato il primo interprete di Nata e proprio a lui si deve il nome con cui è noto l’intero ciclo di lavori, dava invece una lettura diversa. Nelle forme scomposte dei Relicta scorgeva allusioni al terremoto friulano e, insieme a un tale richiamo dal passato prossimo, una severità lontanamente medievale. Non meraviglia che poi l’autore dell’Ambleto si abbandonasse a una chiosa appassionata: opere del genere dovevano compendiare al meglio la sua idea di arte come dichiarazione esistenziale. Si diceva sgomento dalla “natura incestuosamente mista” dei Relicta. Vi scorgeva i segni di una religiosità tragica. Lo impressionava la capacità di accompagnare quell’atmosfera di rovina con un’energia sotterranea e pulsante.
Si può, altrimenti, considerare i Relicta come testimoni eccellenti della loro epoca: rappresentano la quintessenza di ciò che ha significato lavorare con tavolozza e pennello qualche decade passata. Dipingere negli anni Ottanta, si sa, è un esercizio che impone alternative risolute. Ci si potrà appellare a una foga espressionista, dai volumi ipertrofici e dalle pennellate violente, oppure a un mestiere ossequioso, di memoria accademica e dai colori zuccherosi. L’importante, in ogni caso, sarà esaltare la tecnica pittorica nei suoi valori basici: ironia, provocazione, eccesso, poi, diverranno gli ingredienti comuni alle tele della stagione. Nata sceglie la prima strada. Lo ripugna l’idea di una pittura levigata o troppo meditata. Alla descrizione degli oggetti preferisce la loro interpretazione. Illustrazione, narrazione, didascalia sono le cose a lui più distanti. Dal suo maestro d’accademia, Emilio Vedova, ha ereditato il gusto per un fare grande, “alla prima” e senza ripensamenti. Dipingere, per lui, è un atto da assolvere con impeto, oppure non è. Chi conosce gli esiti attuali dell’artista, del resto, non dovrebbe faticare a leggerne l’antefatto nei Relicta. Tra i suoi compagni di strada vi sono Klaus Mehrkens, Martin Disler, Bernd Zimmer, Rainer Fetting. Rappresentano a vario titolo gli alfieri di quella ondata neofigurativa di marca nordica che, da noi, ha trovato nella galleria milanese di Enzo Cannaviello il maggiore centro propulsivo. Con loro, oltre alle mostre in Italia e all’estero, Nata condivide la stessa emotività inquieta, ma da questi si distingue per una diversa attitudine: i suoi dipinti non difettano di sincerità. Forse anche per questo, dopo quasi trenta anni, i Relicta non sono invecchiati.

3. Questi quadri sembrano la digestione di un manuale di storia dell’arte. A saperli riconoscere l’artista vi immette una tale quantità di riferimenti, rimandi e allusioni da indurre in chi guarda una sazietà quasi sgomenta. Piranesi e Magnasco e Picasso e de Chirico e Sironi e Matta e Savinio e Bacon e Masson e Sutherland. L’infilata dei nomi è vertiginosa, l’elenco potrebbe continuare ma lo si completerebbe a stento. Eppure non c’è citazionismo, nessuna concessione alla replica, tanto meno alla copia: quegli archetipi Nata li disarticola, li contamina, li sovrappone, li ibrida. È solo così che può consentirsi vie d’uscita inedite e mettere a punto da subito uno stile espressivo personalissimo. Le ossessioni vissute o solo esorcizzate apportano una carica primaria, anzi primitiva. I tributi al Museo insinuano invece suggestioni che percorrono i secoli e la tradizione. Nei Relicta, insomma, istinto e cultura si gemellano in una miscela di insolita forza. Che stia in ciò la loro capacità di irretirci?

 

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