Strade principali e strade secondarie
di Fabio Belloni

(Testo critico per la mostra "Nata - Quidditas", 2007, Spazio la Feltrinelli, Udine)

Pittura/Pattern. Circa trent’anni fa, come è noto, si assistette nel mondo dell’arte ad un prepotente e generalizzato riassestamento dei tradizionali modi del dipingere secondo soluzioni talmente radicali da far sì che di lì a poco quel particolare periodo venisse identificato con l’inequivocabile formula di ritorno alla pittura. In effetti, dopo le svigorite e stancamente iterate declinazioni dell’arte concettuale – intesa nella sua accezione più ampia – era verificabile come, tra il 1978 e parte della decade seguente, si recuperasse repentinamente l’uso di tavolozza e pennelli e, soprattutto, si ricorresse alla dimensione circoscritta, chiusa del quadro in luogo dell’espressione installativa, fotografica o, ancora, performativa. Transavanguardia e Anacronismo furono in Italia le polarità neofigurative più vistose che, sebbene sottese a differenti sensibilità e progetti estetici, muovevano entrambe dalla forte convinzione che, in quel periodo, il concetto di avanguardia coincidesse – paradossalmente – con il ripristino degli ortodossi strumenti del mestiere di pittore uniti al reimpiego di un’ortodossa iconografia.
È da queste istanze che prende compiutamente avvio la ricerca artistica di Nata. La sua opera di inizio anni Ottanta – di cui si dirà meglio oltre – , all’epoca condotta in ambito milanese, per molti versi rappresenta il precipitato di quei fermenti creativi.
Come si è evoluta la sua pittura? quali attributi ha sviluppato? Attorno al decennio seguente, dopo un periodo contrassegnato da vaste, drammatiche tele dal fondo nero, l’artista è approdato all’astrazione; lo ha fatto nel modo più classico, attraverso un progressivo lavoro di semplificazione della forma e di rinuncia a qualsiasi componente mimetica. È da questo periodo che si può osservare come la sua ricerca sia proseguita in direzione di un progressivo alleggerimento della precedente pregnanza espressiva. I risultati più recenti prevedono un’organizzazione di forme organiche e biomorfe, determinate dall’imprevedibile tragitto di una pennellata imbevuta di colore o da un convulso automatismo grafico su una superficie che dichiara esclusivamente la sua bidimensionalità e il suo mero ruolo di supporto. Elaborando un linguaggio squisitamente decorativo dagli arabeschi capricciosamente snodati, prediligendo gamme cromatiche pure ed elettriche, sostituendo inoltre di preferenza alla tela un supporto rigido, come il cartone che, opportunamente esibito, si evidenzia maggiormente per le sue qualità oggettuali, i lavori di Nata si caratterizzano per una sorta di rarefazione e labilità – un letterale assottigliamento – ; qualità che assecondano immagini di sempre maggior definizione percettiva. Negli ultimi cicli, inoltre, come Dicotomie, Hybris e Quidditas, alla parte dipinta l’artista ha aggiunto frammenti di ricercate stoffe così da creare strani, irregolari dittici mistilinei. L’inserto dello scampolo colorato appare finalizzato a riconfermare, e non certo a rompere, il tessuto della pittura; a creare, in un processo additivo, un insieme dove le due porzioni compenetrano le loro sequenze grafiche divenendo, alla fine, complementari.

Teatro (Dramma)/Scherzo. Rostri di colonne, lacerti metallici, figure insieme antropomorfe e insettiformi, elementi di risulta affastellati l’uno sull’altro come dopo un naufragio. Sono questi alcuni ingredienti – sempre virati secondo una tavolozza lugubre e caliginosa – del bric à brac che popola i Relicta, il cospicuo ciclo di opere di Nata che caratterizza la metà degli anni Ottanta e il cui nome si deve alla penna di Giovanni Testori. Colpiva la costruzione delle composizioni tutta votata all’enfasi, ottenuta attraverso una teatralizzazione o, meglio ancora, una drammatizzazione delle immagini come schiacciate su un primo piano a sua volta evidenziato, per converso, da parallelepipedi-palcoscenici. Sviluppandosi in profondità e secondo differenti scorci, questi ultimi, diventano, nel contempo, telluriche quinte ribadite da accelerazioni prospettiche e secchi sbattimenti luminosi. Forme ermetiche e bloccate, dunque, in taluni casi quasi a simulare una natura scultorea; congegni tribali di frequente concavi come cavi materni che alludono, in un rapporto del tutto privato e senza intenzioni narrative, ad un contenimento del dolore.
Negli esempi cronologicamente più vicini, l’artista ha radicalmente ribaltato simili immagini; tendendo a nuovi contenuti e, soprattutto, evolvendo verso nuove forme figurative private di ogni nota cupa. Certo permane, introiettata e in filigrana, un’analoga strategia compositiva, ossessionata dall’accumulo e dalla moltiplicazione, così come la volontà di dar vita ad enigmi visivi. Ma lo spirito che anima le opere, almeno da una decina di anni a questa parte, ha maturato una condizione di totale rinuncia alla prossimità del reale e alle sue drammatiche componenti rivendicando, piuttosto, un atteggiamento ludico e disimpegnato. Sottraendosi al novero abituale delle esperienze ottiche, la pittura di Nata – autorigenerandosi continuamente per partenogenesi e forse in virtù di uno statuto personale e inedito – rivendica solo in se stessa i motivi della propria esistenza. La superficie, sempre in divenire, popolata da irrazionali segni e campiture di colore, risulta esclusivamente governata da una logica di bizzarri quanto esuberanti incontri e compenetrazioni. In questi esercizi di concitazione in bilico tra pittura e scrittura, dalle connotazioni diaristiche e confidenziali, artificio e ridondanza possono costituire alcune delle cifre peculiari. Quella che poi viene iterata è una crittata grammatica di segni: linee zigzaganti che si inseguono per bande, punti colorati che si sovrappongono, sinuose forme sottilmente erotiche. Altre volte una traccia grafica, un vezzo del pennello o un colore inatteso può intervenire negli effemeridi dell’artista inquinando il sistema delle sottostanti trame segniche per sfociare in singolari quanto curiose micronarrazioni che, non di rado, a loro modo, si appellano al regressivo, all’ironico, al burlesco.

Memoria/Occasione. Sutherland e Matta, ma anche Sironi e Bacon. Sono questi alcuni degli acclarati riferimenti visivi che Nata ha in mente quando lavora nel corso degli anni Ottanta. In effetti, il ritorno del pendolo dopo l’apice concettuale, prevede, oltre ad un uso succoso e grondante della pittura, uno sguardo retrospettivo che percorra trasversalmente la storia dell’arte, anche la più recente. L’uso indiscriminato della citazione, del prelievo sistematico diviene strumento legittimante la nuova pittura; alla stessa maniera per Nata mezzo con cui parlare per interposta persona. Un simile amalgama di stilemi non impedisce tuttavia all’artista postmoderno di dichiarare implicitamente il proprio genius loci, i caratteri ricorrenti e fondanti la sua cultura d’origine. Forse per questo Testori leggeva la serie dei Relicta, con i suoi piani scomposti e frammentati, quale lontano ma interiorizzato riverbero del dramma friulano del 1976.
Non è altrettanto immediato, invece, indicare l’orizzonte dei riferimenti della pittura attuale dell’artista che, alla sedimentazione ha preferito sostituire i motivi della contingenza, del qui ed ora. Pur mantenendo un’internazionalità di rimandi visivi (Uslé, Hodgkin o Tuttle, forse) nel corso degli anni, essa si è evoluta in una libertà tale da assecondare esclusivamente il proprio soggettivismo e lasciarsi aperta la possibilità di sondare qualsiasi strada formale. Per questo, e non a caso, la pittura di Nata dichiara tutto il piacere – anche fisico – che egli avverte nel momento creativo ed esecutivo. Della precedente stagione, quella degli anni Ottanta, l’artista ha mantenuto la cleptomane disinvoltura nell’impossessarsi di questo o quel motivo grafico o pittorico individuato in chissà quali circostanze. Ma che l’accento sia posto su un ricordo cretese o matissiano, l’arte più recente di Nata elude ogni vincolante tentativo di schematizzazione per disperdersi sempre nella cifra della seduzione.

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